
Per l’80° stagione I.U.C. presso l’Aula Magna Sapienza, si è tenuto lo scorso 1° Marzo un concerto molto interessante del Quartetto di Cremona dedicato all’Arte della Fuga BWV 1080 e allo studio del contrappunto di J. S. Bach.
La novità è che la partitura originale non avendo indicazioni specifiche sull’esecuzione per quello che riguarda gli strumenti o le voci, è che contrariamente a ciò che si fa di solito, il Quartetto di Cremona ha deciso di affrontare quest’opera bachiana con il quartetto d’archi, riservando una sorta di felice contaminazione al flauto dolce, suonato dal violista Simone Gramaglia, che in quest’occasione suona anche la viola tenore.

E poi Paolo Andreoli, che si esibisce al violino e alla viola contralto, fanno sì che per un quartetto d’archi classico, vengano suonati ben 7 strumenti. A parte la prova di bravura, pure consentita da un’esperienza cameristica lunga 25 anni, il risultato è stato a dir poco sorprendente sono rimasto subito attratto dal suono. Sembra una banalità, ma spesso distinguere il suono dalla musica non è cosa facile, perché la bellezza del suono non è mai scontata, e Bach è soprattutto bellezza del suono, perché se questo aspetto venisse meno si perderebbe gran parte della delicata filigrana bachiana.
La padronanza del suono è come il coraggio secondo Don Abbondio: se non ce l’hai, non è che te la puoi far venire. Certamente gli anni di studio e di esperienza sono importanti, ma il buon suono si esprime sempre con semplicità, mai attraverso un pensiero razionale, la ricerca del musicista attraverso Bach è quella dell’essenzialità. Non c’è bisogno di effetti speciali.
Ma soprattutto il Quartetto di Cremona sembra essersi concesso la libertà di giocare leggero con il contrappunto bachiano, così che anche se non sei proprio ben documentato sulle ragioni musicologiche di Bach, ecco che subito riesci a cogliere il senso della “Fuga” e anche quello del “contrappunto”, non solo perché nei ventuno pezzi eseguiti sono figurazioni che ricorrono puntualmente, ma si riesce perfino a cogliere una dimensione di gioco come parte naturale dell’astrazione musicale bachiana.






Uno degli aspetti che mi ha colpito è vedere comprese nel quartetto ben due viole, di cui una contralto, una tenore, che unitamente al violoncello formano una sezione di bassi di indiscutibile potenza e presenza, e che pure è risultata ben nitida e leggera. E’ vero che il Quartetto di Cremona abbia dovuto lavorare molto su questo pezzo particolare di repertorio non propriamente cameristico, ma infine la fatica è stata premiata perché non si sono avvertite da parte dei musicisti libertà eccessive e fastidiosi adattamenti tali da rendere irriconoscibile la musica di Bach, anzi, a mio modesto parere sembra proprio che Bach ne sia uscito benissimo.
Altra bella sorpresa di questo concerto, è vedere esibirsi Simone Gramaglia al flauto dolce, cosa che io personalmente non mi sarei mai aspettata vista la sua indiscutibile natura di violista, e che pure ha rivelato un sorprendente talento naturale esprimersi con immediatezza e semplicità tramite questo piccolo strumento a fiato.
L’Aula Magna della Sapienza era realmente gremita di pubblico, che ha apprezzato moltissimo la proposta musicale del Quartetto di Cremona.
Mezz’ora circa prima del concerto, grazie alla disponibilità della I.U.C., ho intrattenuto il pubblico con le mie storie di liuteria, illustrando la genesi e la storia della viola contralto. Un ringraziamento particolare a Cristiano Gualco, primo violino del Quartetto di Cremona, che è intervenuto con spiegazioni circa i brani eseguiti in concerto.
Testo e foto di Claudio Rampini